di Carlo Vitali, Paolo Congia e Mario Tedeschi Turco

Sostiene quel simpatico burlone dell’etno-musico-tuttologo Prof. Marcello Piras: “La musica del nostro pianeta si sta non solo globalizzando, ma anche riafricanizzando. Non molti, ancor oggi, percepiscono quanto la musica del Paleolitico africano stia ridiventando la base sonora comune del mondo”.[1]

Confessiamo di averne già avuto un sospetto ascoltando le composizioni di illustri trappers d’avanguardia quali 21 Savage, Gzuz, Sfera Ebbasta, Achille Lauro ed altri.

Ci resta tuttavia un dubbio da chiarire. L’illustre professore afrocentrista avrà analizzato la musica del Paleolitico africano inferiore o superiore? Il dilemma è quanto meno tricornuto. Come ci insegnano le più recenti scoperte paleontologiche, due milioni di anni fa il primo esemplare di Homo erectus conviveva nel sistema di paleogrotte Drimolen (a circa 40 km a nord di Johannesburg) con almeno altre due specie di ominidi: Australopithecus sediba e Paranthropus robustus. Il più antico ritrovamento di un oggetto dalle inequivocabili intenzioni artistiche risale a 80.000 anni fa, nella Caverna di Blombos in prossimità di Cape Agulhas (Sud Africa).

Una differenza di 1.920.000 anni (millennio più, millennio meno) non è uno scherzo nemmeno per chi tenesse in garage la macchina del tempo di H. G. Wells o il Cronovisore di Pellegrino Ernetti. A chi dobbiamo la feconda influenza paleolitica sulla musica contemporanea, saltando a piè pari la parentesi eurocentrica, colonialista e razzista fondata sul bieco whitewashing dei musicologi asserviti al feticismo della pagina scritta? All’Homo musicus Pirasianus, al Paranthropus sediba o all’Australopithecus robustus?

Un filo d’Arianna per uscire dal labirinto delle robinsonate africaniste [2] ce lo fornisce il noto psico-socio-tuttologo pentastellato Prof. Domenico De Masi: “Un primo modo di vivere paleolitico, durato alcuni miloni di anni, fu improntato allo scavenging: i nostri antenati sopravvivevano in pratica facendo gli spazzini (scavenger) della natura, cibandosi di piante e piccoli animali trovati per caso, dunque dipendendo totalmente dalle risorse reperite in loco”[3].

È palese che da una simile base di cultura materiale dovessero per forza nascere capolavori musicali di fronte ai quali impallidiscono gli abortivi pasticciamenti intellettualistici dei vari Josquin, Palestrina, Scarlatti 1 e 2, Bach 1,2 e 3, Luchesi, Beethoven, Verdi, Wagner e via elencando fino alla scuola di Darmstadt e oltre. La musica dell’avvenire nascerà sotto il segno dello Scavenger, erede legittimo di Venerdì.

NOTE

[1] Marcello Piras, Eurocentrismo e afrocentrismo in musica: conoscenze scientifiche e implicazioni per una nuova concezione musicologica. Paper presentato al convegno “Musica e filosofia”, Universidade Estatal de São Paulo, 2‐4 settembre 2013, presso l’Autore: p.8.

[2] Il riferimento è alla classica categoria hegelo-marxiana di “Robinsonade“, vale a dire l’ennesima riesumazione del mito rousseauiano del buon selvaggio che vive allo stato di natura come il caraibico Venerdì di Daniel Defoe. Tipicamente rousseauiana è anche l’indifferenza del professor Piras per l’empiria del fatto storico, da subordinare sempre all’ipotesi ideologica sedicente progressista. Cfr. Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Première partie, Amsterdam, Marc-Michel Rey, 1755). “Commençons donc par écarter tous les faits, car ils ne touchent point à la question. Il ne faut pas prendre les recherches dans lesquelles on peut entrer sur ce sujet pour des vérités historiques, mais seulement pour des raisonnements hypothétiques et conditionnels, plus propres à éclaircir la nature des choses qu’à en montrer la véritable origine”.

[3] Domenico De Masi, La fantasia e la concretezza, Milano, Rizzoli, 2003: p. 32.